Dott.ssa Anna Lisa Bertoletti
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Il silenzio in terapia non è tempo perso

dr.ssa Annalisa bertoletti
Psicologa e psicoterapeuta
pubblicato il
10 Marzo 2026

Incertezza. Fastidio. Disagio.

Quando le parole si interrompono, può comparire una tensione sottile:
“Dovrei dire qualcosa?”
“Sto perdendo tempo?”
“Il/la terapeuta si aspetta che parli?”

Eppure, dal punto di vista clinico, il silenzio non è un’interruzione del lavoro terapeutico.
Molto spesso è il momento in cui qualcosa sta accadendo a un livello più profondo.

Il cervello non è in silenzio:

Anche quando non parliamo, il nostro cervello continua a elaborare.

Quando tocchiamo un tema emotivamente significativo, le aree cerebrali legate alle emozioni si attivano; il nostro corpo reagisce ancora prima di trovare le parole: il respiro cambia, la gola si chiude, lo stomaco si contrae.

Proprio in quel momento spesso arriva il silenzio.
Non perché non ci sia nulla da dire, ma perché ciò che sta emergendo è ancora "troppo" per essere tradotto in parole.

Il silenzio diventa allora uno spazio di trasformazione: da ciò che sentiamo alla possibilità di dar un significato.

Una pausa che regola il sistema nervoso:

Quando parliamo di aspetti di vulnerabilità, aumenta l'attivazione del nostro sistema nervoso; maggiore è l'intensità e più complesso è riflettere lucidamente. Le pause aiutano a modulare questa attivazione.
Permettono al corpo di rallentare e alla mente di riorganizzarsi.
È un momento di integrazione, tra la parte emotiva e riflessiva.

Prima si sente, poi si capisce:

A volte nel silenzio emergono:

  • immagini,
  • ricordi,
  • sensazioni corporee,
  • intuizioni improvvise.

È materiale ancora implicito. Se viene rispettato il proprio tempo, si può trovare gradualmente una forma più chiara. Forzare subito la parola, in certi momenti, può avere un effetto contrario. Quel silenzio quindi non è uno spreco id tempo.

Il ruolo della relazione nel silenzio:

Il nostro sistema nervoso è costantemente impegnato a valutare se siamo al sicuro oppure no. In una relazione terapeutica stabile e sintonizzata, anche il silenzio può essere vissuto come uno spazio protetto, di presenza condivisa.

Quando il silenzio è sostenuto da uno sguardo accogliente, da una postura attenta, da una presenza regolata, il corpo può imparare qualcosa di nuovo: che non è necessario riempire ogni spazio per mantenere il legame.

Il silenzio racconta di come stiamo in relazione:

Nella storia di molte persone, compaiono silenzi che sono stati associati a distanza, giudizio o punizione; così anche in terapia, inizialmente, il silenzio attiva ansia, paura e/o vergogna.

Tutto ciò diventa materiale prezioso per il percorso: il modo in cui viviamo il silenzio racconta molto di come abbiamo imparato a stare in relazione.

Non tutto in terapia passa dalle parole:

Siamo abituati a pensare che il cambiamento avvenga attraverso spiegazioni e insight, ma una parte profonda del lavoro terapeutico riguarda la possibilità di:

  • sentire un’emozione senza esserne travolti,
  • restare in relazione anche nella pausa,
  • tollerare il vuoto/ silenzio senza viverlo come abbandono.

In quei momenti, qualcosa si riorganizza dentro di noi: a livello emotivo, corporeo e relazionale.

Il silenzio, quando è sostenuto da una relazione sufficientemente sicura, è uno spazio in cui l’esperienza può essere sentita prima di essere spiegata, regolata prima di essere analizzata.

Se durante una seduta ti è capitato di sentirti a disagio nei momenti di pausa, non significa che “non stia funzionando”. Spesso significa che stai entrando in un territorio più autentico e profondo del lavoro terapeutico. E anche lì, non sei solo/a.

Dr.ssa AnnaLisa Bertoletti

Ciao, sono AnnaLisa. Sono una Psicologa Psicoterapeuta ad indirizzo breve integrato e una Guida Mindfulness. Mi occupo principalmente di aiutare bimbi, giovani e adulti a prendersi cura di sé e guidarli verso un ascolto del momento presente, per vivere con più consapevolezza.

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